Dopo oltre un mese di utilizzo intensivo del mio ultimo acquisto, posso trarre finalmente le conclusioni sul Motorola Flipout, uno smartphone Android dalla foggia poco convenzionale ma dalle qualità inaspettate.

Il mio FlipOut, detto "CioccoBlocco"

Alla ricerca della tastiera giusta

Qualche anno fa, prima dell’avvento di Android e in cerca di uno smartphone, mi ero sconsideratamente avventurato nell’acquisto di un Sony Ericsson P990i: un immenso fallimento dal punta di vista software (UIQ3+Symbian9.1 – un connubio spettacolare solo sulla carta a causa dello scarso impegno con cui la Casa curò la qualità), qualche pecca sulle specifiche hardware (la RAM era pochissima e il primo OS multitasking tascabile si trasformava in un multi-app-killing non appena aprivi il browser), ma con un’ergonomia da leccarsi i baffi: touch-screen; Jog-Dial sul lato sinistro della scocca; altri utilissimi tasti su quello destro ma, soprattutto, DUE tastiere. La prima, che era anche possibile rimuovere tramite cacciavitino in dotazione, era una normale tastiera telefonica con tasti cursore. La seconda, nascosta sotto quella telefonica, una fantastica QWERTY apparentemente piccola e scomoda ma che in realtà era il non-plus-ultra: compatta in maniera da poter essere utilizzata anche con il solo pollice, con una meccanica solida ed efficiente, garantiva un feedback tattile così efficace da permettermi di scrivere lunghissime mail senza dover necessariamente controllare il risultato sul display, aumentando sensibilmente la velocità di battitura del testo.

Sony Ericsson P990i

Il mio primo smartphone

Quando, a settembre 2009, con UIQ già morto e sepolto e Android già sul mercato da qualche mese, ho deciso di sostituire il vecchio “P” con un sistema basato su Linux – mai più sistemi chiusi e proprietari per i quali le Case possono decretarne da un momento all’altro l’obsolescenza – non c’era molta scelta: l’HTC Dream, l’HTC Magic e il Samsung Galaxy. Il primo aveva una tastiera QWERTY che prometteva molto bene, ma per utilizzarla si era costretti a “ruotare” il telefono di 90° costringendo le mani ad una posizione innaturale e, inoltre, era il primissimo modello e già soffriva di qualche mancanza (poca RAM). Il Samsung era appena uscito, mi attirava per la presenza dei tasti cursore in luogo della trackball di HTC (molto “cool” ma priva di un feedback tattile: non sai mai di quanto hai spostato il cursore, costringendoti ad osservare il display). L’HTC Magic, infine, era già sulla mia scrivania, portato da un amico insoddisfatto da Android (poi pentito: ora ha un Legend ed è entusiasta) perché intendeva vendermelo. La scelta è stata quasi obbligata.

Il mio primo Android

Sono sopravvissuto per oltre un anno utilizzando le più disparate tastiere “touch” disponibili sul Market: da Better Keyboard a SlideIT ho potuto godere di diverse facilitazioni software nella digitazione dei testi, ma ho sempre sofferto la mancanza di un feedback tattile durante la digitazione. Complice anche un certo “lag” durante l’utilizzo, soprattutto quando si trattava di scrivere un testo di più lungo di un lapidario SMS, capitava che l’utilizzo del touch mi causasse stress. La comparsa sul display della tastiera, poi, nascondeva metà della videata e, spesso, complice qualche imperfezione di Android nella “consistenza” dell’interfaccia, finiva per nascondere proprio la casella di testo in cui avrei voluto scrivere, costringendomi a scorrere con il dito la pagina per riportarla nell’area visibile e finendo sovente con il cliccare su qualche link che mi portava su un’altra pagina: un disastro, utilizzando il browser; più sopportabile con le app disegnate ad hoc, che invece, di solito, si comportavano correttamente.

SlideIT Keyboard

Ho tenuto d’occhio il mercato degli smartphone per tutto questo tempo: prima il Motorola Droid/Milestone, poi il piccolo Sony Ericsson X10 Mini Pro, a ruota altri hardware sempre più “dotati” in termini di processore, memoria e display. Fino all’HTC Desire Z, attualmente l’Android dotato di QWERTY più potente in commercio (almeno in Italia). Chi più chi meno, tutte le tastiere di questi telefoni ti permettono di godere della comodità della QWERTY ma, secondo me, con qualche appunto. Mancano, essenzialmente, due cose per rendere perfette queste tastiere: la prima è la fila superiore con i tasti numerici (e, in alternativa, i simboli di utilizzo frequente: virgolette, punto esclamativo, parentesi ecc.); la seconda è una pecca ergonomica. Come già accennato, infatti, scrivere su una tastiera mentre si afferra uno smartphone, la cui estensione si sviluppa in orizzontale, non è esattamente naturale. Costringe ad afferrare l’apparecchio con tutte e due le mani: entrambi gli indici sotto la scocca, a tenerla sollevata, mentre i pollici, a turno, devono eseguire il loro compito primordiale (“opporsi” alle altre dita) per effettuare presa sul telefono e, nello stesso tempo, compiere il vero e proprio atto di digitazione. Intendiamoci, non è un dramma e inoltre, avendo la possibilità di appoggiare l’apparecchio su una superficie, questa difficoltà scompare. Ma nessuna delle tastiere che avevo provato su un Android mi regalava la comodità del mio obsoleto “P”. Ammetto che potrei perdonare tutto al Desire Z, anche la mancanza della fila di tasti numerici e l’orientamento “landscape” del dispositivo in modalità scrittura. E’, attualmente, il mio Android preferito perché è un eccellente compromesso tra dimensioni e praticità. Ma, per una mia personale valutazione, ha un costo che va al di là del valore che posso attribuire all’oggetto: ho già uno smartphone, ne ho comprato un altro per avere Android, spendere altri 550€ per avere la QWERTY (nonché un display più grande, un processore più veloce… molte cose che possono far felici un nerd) va al di là delle mie intenzioni.

Quindi, che fare?

La QWERTY

Una piccola grande tastiera

Cinque file di tasti: la prima ospita i tasti con i numeri; le tre centrali quelli con i caratteri alfabetici; in basso la barra spazio – adeguatamente dimensionata – circondata dai tasti per le funzioni alternative, i tasti cursore, il tasto per la funzione di ricerca, il tasto OK e, sulla destra, un ampio tasto Invio. Quasi una vera tastiera.

La sensibilità e il feedback tattile sono praticamente perfetti: impossibile pensare di aver premuto un tasto senza averlo effettivamente fatto. La spaziatura adeguata e la forma convessa della superficie dei tasti permettono di individuare facilmente la posizione del dito anche senza guardare la tastiera, anche con l’aiuto di quella “linea” di divisione che si trova sulla metà orizzontale del layout, facilmente individuabile al tatto. Qualche impuntamento durante la scrittura veloce: i tasti sono solidi e il “click” è ben udibile, posso aspettarmi che con il passare del tempo si lasci un po’ andare senza assumere la consistenza di una fetta di stracchino. Potrebbe migliorare con un’adeguata “stagionatura”, insomma.

Certo, sarebbe stato meglio avere i tasti cursore sulla destra e il relativo tasto OK al centro di questi, ma se ci si ferma a riflettere, si sarebbe dovuto sacrificare qualcos’altro. Con qualche compromesso, forse questa è stata la scelta più intelligente.

Si deve scrivere utilizzando entrambe le mani? Purtroppo sì: nonostante sia notevolmente più compatta, nella sua estensione orizzontale, delle tastiere dei concorrenti più voluminosi, la distanza tra il pollice della mano destra, che regge il telefono, e i tasti sulla sinistra rimane comunque elevata, costringendo ad uno sforzo innaturale per premere la “Q”. Ma la mano sinistra rimane libera: il telefono è compatto e leggero, non si fatica a reggerlo con due dita. Si può scegliere di scrivere utilizzando pollice destro e indice sinistro, oppure di afferrarlo saldamente con la mano destra e premere i tasti con le dita della sinistra: l’indice e, volendo, anche il medio. La scelta non è definitiva, dipende un po’ dalle situazioni.

Il giudizio finale sulla tastiera, invece, è definitivo: eccellente. Il vecchio “P” aveva dalla sua la compattezza orizzontale che consentiva di scrivere anche con una sola mano, ma c’è poco da rimpiangere, soprattutto tenendo conto della forma e delle dimensioni dei tasti che permettono di usare tutto il polpastrello senza timore di sbagliare tasto.

Il display

Il display del Flipout ha le dimensioni minime tra quelle previste dalla piattaforma Android 2.1:  320×240 pixel. Il problema di compatibilità di alcune app con gli schermi QVGA, di cui hanno sofferto gli Android fino a qualche tempo, è praticamente scomparso: mi azzarderei a dire solo un’app progettata male possa dare problemi. Inoltre la luminosità e la definizione dello schermo sono eccellenti. Ma non si può nascondere che la resa grafica sia notevolmente inferiore rispetto a quella del Magic, figuriamoci a confronto con la concorrenza più recente. I font risultano un po’ sgranati e i video non rendono sicuramente al massimo, ma è uno dei compromessi a cui deve far fronte uno smartphone compatto e dal prezzo più che accessibile.

Una vista "ridotta" della home page di Repubblica.it: in questo caso, l'effetto "sgranato" dei font è amplificato dalla riduzione del formato

Qualche problema più serio nell’ergonomia di alcune interfacce, soprattutto per quanto riguarda le liste a scorrimento. Tra sprechi di spazio e dimensioni ridotte, spesso ci si trova a dover scorrere elenchi di elementi potendone vedere solo due alla volta. Ma la possibilità di usare i tasti cursore per lo scrolling permette di bypassare questa difficoltà, che per me rimane comunque non vitale. Anche per il browser vale lo stesso discorso, soprattutto tenendo conto che la modalità consueta di utilizzo del display è quella landscape: guadagni in larghezza, ma per forza di cose l’altezza dell’area visibile è ridotta. Chissà, magari il futuro Flipout avrà un display quadrato che coprirà tutta l’area disponibile sulla superficie della scocca: in tal caso, sarà mio. O forse no: più grande è il display, maggiore è il consumo di batteria.

La scelta della modalità di risparmio energetico: solo due righe visibili alla volta

Autonomia

Come tutti i Motorola Adroid, il Flipout è dotato dell’interfaccia Motoblur: analogamente ad HTC con Sense, la Casa ha aggiunto alle funzionalità base di Google Android una serie di applicazioni ed ammenicoli per dare qualche valore aggiunto all’utente: news, meteo, feed, connessioni a Facebook e Twitter e i tool proprietari Motorola che tengono sincronizzato il Flipout con la Rete, in continuazione. Tutto questo ha un prezzo: l’autonomia della batteria. Ma fino ad un certo punto: anche con tutte le sincronizzazioni attive, un utilizzo normale del telefono un po’ di navigazione q.b. permettono di arrivare tranquillamente ad una giornata intero di utilizzo.

Se ci si fa un po’ furbi e, soprattutto, se non ci servono tutti gli ammenicoli social-oriented, l’autonomia aumenta sensibilmente. Se poi ci si avventura nelle impostazioni, scegliendo la modalità Risparmio Energetico, che evita la sincronizzazione continua di *tutto* e rimanda le operazioni pesanti sulla rete (come il download) a quando il telefono si troverà connesso alla rete elettrica, si ottiene un altro guadagno sensibile. Se, infine, si è veramente intelligenti, si rinuncia definitivamente alla sincronizzazione simil-Push delle applicazioni Android, magari utilizzando app che permettono l’impostazione automatica dei profili, il guadagno è netto: attualmente il mio Flipout è configurato in maniera che, con il bluetooth sempre acceso e il WiFi attivo solo quando sono nei pressi di casa, mi arriva quasi a due giornate di autonomia. Ovviamente la differenza la fa anche quanto intensamente lo si utilizza, ma posso assicurare che non rinuncio a nulla. Non so quanti Android riescano ad arrivare a tanto, in termini di durata della batteria.

Il comparto audio

Una piacevole sorpresa, non c’è che dire. Le cuffie in dotazione, tanto essenziali quando apparentemente povere, non hanno nulla da invidiare agli auricolari Sennheiser che custodisco per le migliori occasioni né a quelli che ho ereditato dal mio vecchio Sony Ericsson Walkman. Anche l’altoparlante, impostato il telefono in modalità vivavoce, regge tranquillamente la massima intensità del suono senza particolari distorsioni e il volume è piuttosto alto, soprattutto con la radio FM. Un appunto su quest’ultima: l’app installata di default non ne prevede l’utilizzo in vivavoce, ma la community ha risolto il problema, mettendo a disposizione la versione del Motorola Droid che funziona perfettamente (con qualche baco riscontrabile maneggiando intensamente la preimpostazione dei canali, problema che non mi affligge perché sono solito ascoltare una sola radio).

La versione del Motorola Droid dell'app dedicata alla ricezione della radio FM, dotata di "vivavoce"

Android e MotoBlur

Il Flipout monta Eclair 2.1, sicuramente oggi non all’ultimo grido ma al quale non manca (quasi) niente. L’unica vera mancanza è l’impossibilità di installare le app sull’SD esterna, il che limita molto il numero di app installabili sul telefono (la memoria disponibile per il software aggiuntivo è insolitamente scarsa: circa 150K). Il problema si risolve installando e configurando App2Card, ma bisogna usare qualche accortezza: in particolare, meglio farlo a telefono “pulito”, con le sole app di default installate, perché la prima operazione da eseguire è spostare tutte le app, comprese quelle di sistema, sulla memoria esterna, il che mi ha causato qualche problema (telefono inutilizzabile – ho dovuto ripristinarle tutte tramite un giro complicato che non attualmente non sono in grado di documentare). Ci ho rinunciato, un po’ a malincuore, ma ci tornerò in futuro.

Purtroppo Motorola ha deciso definitivamente di non aggiornare il sistema operativo a Froyo. Scelta sciagurata, non resta che sperare nella community di XDA, che ha già realizzato una Recovery compatibile e quasi completa. Per il momento, comunque, non mi lamento più di tanto: i vantaggi sono superiori agli svantaggi.

La personalizzazione Motorola di Android, chiamata MotoBlur, non è per nulla male: aggiunge infatti di default alcune funzionalità che in precedenza ero andato appositamente a cercarmi sul Market, come la possibilità di controllare il telefono da remoto e di localizzarlo su Google Maps, utile in caso di furto o smarrimento, o ancora di utilizzarlo via browser, come una sorta di desktop remoto.

Conclusioni

L’ho appena detto: i vantaggi sono superiori agli svantaggi, almeno per quanto riguarda l’uso che ne  faccio io. Avevo bisogno di un telefono di piccole dimensioni che mi permettesse comodamente di accedere a tutte le peculiarità di Android, e il Flipout è esattamente questo. Le app girano rapide e scattanti, la tastiera è una manna dal cielo, poco importa se il display è piccolo e la risoluzione non esaltante: è il prezzo da pagare per le ridotte dimensioni. Quando Android supporterà i display “quadrati” nativamente sarà possibile creare il suo degno successore che sfrutti tutto lo spazio disponibile del suo peculiare form-factor, ma allo stato attuale è un esemplare unico.

Per adesso, non mi sogno nemmeno di sostituirlo. Al massimo, l’idea è quelladi affiancargli un tablet, ma c’è tempo per decidere.